Robin: «Non basta più dire che ogni pesticida è sotto il limite. I cittadini non sono esposti a una sostanza alla volta»

Il problema non è più soltanto quanto glifosato, tebuconazolo o acetamiprid assumiamo singolarmente, ma cosa succede quando queste e altre sostanze entrano contemporaneamente nel nostro organismo.
A riportare prepotentemente l'attenzione sul cosiddetto “effetto cocktail” dei pesticidi è un nuovo studio del progetto europeo SPRINT, pubblicato sulla rivista scientifica Environment International. La ricerca ha studiato gli effetti dell'esposizione a glifosato, tebuconazolo e acetamiprid, singolarmente e in miscela, utilizzando dosi considerate sicure secondo gli attuali parametri di riferimento.
Il risultato è particolarmente significativo: gli effetti delle tre sostanze si sommano. I ricercatori parlano di un effetto additivo, senza evidenziare né un effetto antagonista – una sostanza che annulla l'altra – né un effetto sinergico, nel quale le sostanze si potenziano reciprocamente.
Lo studio ha, inoltre, rilevato alterazioni biologiche, tra cui aumenti degli enzimi indicativi di sofferenza epatica, oltre ad alterazioni dell'apparato cardiovascolare e dell'apparato genitale in alcuni gruppi di animali.
Si tratta di una ricerca tossicologica condotta su animali e non significa automaticamente che gli stessi effetti si verifichino nell'uomo nelle medesime condizioni, ma il suo significato per la valutazione del rischio è rilevante: dimostra che la domanda sull'esposizione contemporanea a più pesticidi non può più essere liquidata come un dettaglio secondario.
Il progetto europeo SPRINT
Non siamo di fronte a uno studio isolato. Il progetto SPRINT – Sustainable Plant Protection Transition, finanziato dall'Unione europea nell'ambito di Horizon 2020, ha coinvolto 28 partner scientifici europei, con la partecipazione anche della FAO.
Questo progetto, avviato nel 2019 e concluso nel 2025, aveva proprio l'obiettivo di comprendere meglio l'esposizione della popolazione e dei lavoratori agricoli ai pesticidi e i loro effetti sulla salute e sull'ambiente.
Il tema è stato rilanciato anche da Il Salvagente che in un approfondimento firmato da Enrico Cinotti ha intervistato Daniele Mandrioli, responsabile degli studi tossicologici del progetto SPRINT. Il titolo dell'inchiesta è eloquente: “Glifosato & Co. ecco le prove dell'effetto cocktail sulla salute”.
Per Robin, il merito dell'inchiesta de Il Salvagente è di aver riportato al centro del dibattito una questione troppo spesso affrontata esclusivamente attraverso la lente dei singoli limiti di legge.
«Il consumatore non mangia un pesticida alla volta»
«Qui sta il punto che la politica e le autorità non possono più ignorare – dichiara Walther Andreaus, responsabile di Robin –. Il consumatore non vive in un laboratorio e non viene esposto a una sostanza chimica alla volta. Mangia, beve, respira e vive in un ambiente nel quale possono essere presenti contemporaneamente diverse sostanze. Dire che ciascuna singolarmente è sotto il limite non è più sufficiente per descrivere il rischio complessivo».
«Non stiamo dicendo che questo studio dimostri che il glifosato provochi una determinata malattia nell'uomo. Sarebbe una conclusione scientificamente scorretta. Stiamo affermando una cosa diversa e molto più difficile da contestare: quando la scienza dimostra che gli effetti di più pesticidi possono sommarsi, anche il sistema di valutazione della sicurezza deve adeguarsi alla realtà».
Anche l'Europa riconosce il problema
Non è un tema estraneo alle istituzioni europee. EFSA, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, da anni lavora sulle cosiddette valutazioni cumulative del rischio che prendono in considerazione l'esposizione contemporanea a più sostanze con effetti comuni.
Anche la Commissione europea riconosce la necessità di considerare gli effetti cumulativi dei pesticidi nell'ambito della normativa sui residui negli alimenti.
Per Robin, però, è arrivato il momento di passare dalla consapevolezza alla concreta applicazione.
«Se sappiamo che le sostanze possono sommarsi – conclude Andreaus – non possiamo continuare a costruire la sicurezza del consumatore soltanto sommando singoli limiti e poi comportarci come se il problema fosse risolto. La sicurezza non può essere soltanto burocratica, ma deve essere biologica, reale e basata sull'esposizione effettiva delle persone.»
Robin chiede pertanto alle istituzioni di rafforzare il monitoraggio dei residui multipli negli alimenti e nell'ambiente, di accelerare le valutazioni cumulative del rischio e di applicare con maggiore rigore il principio di precauzione, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione.
Perché l'effetto cocktail non scompare semplicemente perché la normativa ha finora scelto di misurarlo poco.